Il rovere stagionava per anni all’aperto, finché sole e pioggia non ne addolcivano l’anima. Con ascia e pialla il bottaio ricavava le doghe una a una, sagomandole a occhio: nessun disegno, solo mani che sapevano.
Le disponeva in cerchio e, sopra un piccolo fuoco di trucioli, le bagnava e le scaldava con pazienza, piegandole piano finché la botte prendeva la sua pancia rotonda, tostata dentro dal calore che ne avrebbe profumato il vino.
Poi incastrava i fondi, sigillava le fessure con fili di giunco e batteva i cerchi di ferro con il mazzuolo, colpo dopo colpo, finché non sfuggiva più nemmeno una goccia.
Ogni botte era unica, figlia di precisione e di silenziosa dedizione. Oggi quei colpi non risuonano più, ma in ogni calice di Barbera ci piace pensare che viva ancora un po’ della loro anima.
